mercoledì 24 settembre 2014

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Vi spiego perché Obama attacca Isis anche in Siria

Come aveva preannunciato, il presidente americano Obama ha ordinato di estendere dall’Irak alla Siria i bombardamenti contro le basi e le forze dello Stato Islamico, conosciuto anche come Isis. Dal punto di vista strategico, la decisione è del tutto corretta.
Lo Stato Islamico, autoproclamatisi Califfato di tutti i musulmani, agisce nei due Paesi. Ha sinora utilizzato la regione di Raqqa in Siria come base-rifugio per sottrarre i suoi capi e i suoi equipaggiamenti pesanti all’azione delle forze aeree americane e francesi e agli attacchi dei peshmerga curdi e di quanto rimane dell’esercito iracheno. L’estensione dell’impegno americano alla Siria rende ancora più indispensabile la definizione da parte di Washington degli assetti della geopolitica mediorientale quando, prima o poi, cesseranno i conflitti interni, sovrapposti a quelli per procura fra sunniti e sciiti, fra l’Arabia Saudita e l’Iran, fra la Turchia e i Curdi, eccetera.
Essi sono sconvolti profondamente dalla costituzione di uno Stato transnazionale “mesopotamico” fra l’Eufrate e il Tigri. Con essa si pongono in discussione i confini fissati dalla Gran Bretagna e dalla Francia alla fine del primo conflitto mondiale (accordi Sykes-Picot e conferenze di Sèvres, Losanna e San Remo). I militari faranno il loro lavoro, ma non possono navigare a vista, senza conoscere gli obiettivi finali che i loro “padroni politici” si propongono. Il problema è reso complesso dall’incredibile intreccio di alleanze, spesso contrapposte fra loro.
Per ora gli USA sembrano decisi, contrariamente ai sospetti e timori soprattutto sauditi, ad appoggiare i loro tradizionali alleati del Golfo, e a non tradirli per facilitare un accordo con l’Iran. Lo fanno anche perché sono consapevoli che l’Isis può essere battuto solo con una collaborazione simile a quella data loro in Iraq nel 2006-08 dai Consigli del “risveglio sunnita” della provincia di Anbar.
I bombardamenti in Siria sono iniziati in modo molto più massiccio di quelli in Irak. Sono state lanciate da navi schierate nel Mar Rosso e nel Golfo Persico decine di missili Cruise. Hanno partecipato ai bombardamenti anche i potentissimi cacciabombardieri F-22 Raptor, decollati verosimilmente dalla grande base aerea che gli americani hanno nel Qatar. Finora non era stata autorizzata da Doha ad attaccare l’ISIS in Iraq. Agli aerei USA si sono aggiunti quelli di vari Stati arabi, dall’Arabia Saudita al Qatar, dagli Emirati alla Giordania e al Kuwait. La Francia ha continuato a bombardare in Iraq, ma per dichiarati motivi legali non ha inviato i suoi Rafale, schierati nella base che possiede negli Emirati, a bombardare la Siria. La Turchia ha vietato l’utilizzo delle proprie basi, inclusa la grande base Nato di Incirlik.
Come Obama aveva preannunciato, l’intervento americano non è stato concordato né con Assad né con l’Iran. La dichiarazione della Casa Bianca di voler colpire l’Isis senza aiutare Assad, lascia però un po’ il tempo che trova. Mi sembra una “foglia di fico”, piena di buchi. Gli attacchi americani sono stati estesi anche alle formazioni d’insorti siriani collegate ad al-Qaeda, quali Jublatt al-Nusra e il gruppo Khorasan. A essi non hanno partecipato aerei degli Stati arabi, anche perché i loro governi continuano a sostenerle contro Assad.
Non risulta che altre forze della rivolta anti-alawita, definite moderate dagli Usa, abbiano partecipato né che siano state informate degli attacchi. Sono litigiose, divise da rivalità e inefficienti. Le Unità di Protezione, cioè i peshmerga curdi siriani, hanno applaudito all’azione americana, dichiarandosi disponibili a collaborare.
L’accettazione della loro offerta è stata accolta dagli Usa con molta cautela, se non con freddezza. In quelle unità sono affluiti dalla Turchia molti guerriglieri del PKK. Il loro rafforzamento susciterebbe la reazione turca. A parer mio, l’esercito di Damasco è stato preavvisato dell’attacco. Certamente gli Usa sono consapevoli che è l’unica forza in Siria su cui contare non solo per sconfiggere l’ISIS, ma per evitare lo scoppio di una situazione di tipo libico, qualora Assad dovesse cadere. Beninteso, il condizionale è d’obbligo. La cosa sembra però confermata sia dalle ridotte proteste del governo di Damasco per la violazione della sua sovranità sia, soprattutto, dal fatto che la contraerea e gli intercettori governativi non sono intervenuti contro quella che era stata definita un’aggressione internazionale.
I bombardamenti in Siria continueranno. Determineranno nuove tensioni fra Washington e Mosca. I loro effetti saranno però ridotti. Non distruggeranno l’Isis, anche se lo indeboliranno e gli renderanno difficili manovre per linee interne fra la Siria e l’Iraq. Non vi sono da farsi molte illusioni. L’Isis si rifugerà nelle città, che non saranno bombardate per non provocare vittime civili. Gli insorti siriani, definiti moderati, non potranno fare molto. Certamente, daranno priorità alla lotta contro Assad più che a quella contro l’Isis. Gli Usa non potranno essere certi dell’appoggio degli Stati del Golfo, soprattutto se i bombardamenti consentissero al governo di Damasco di ottenere qualche successo. L’estensione degli attacchi americani agli insorti collegati con al-Qaeda potrebbe addirittura indurle ad allearsi con l’Isis.
Infine, Obama dovrebbe specificare gli obiettivi finali che si propone, cioè quali assetti dovrebbe assumere la geopolitica del Medio Oriente. Dovrebbe in altre parole dire perché bombarda e perché ha scelto di avere quegli alleati. Molti di essi hanno sostenuto l’Isis, ritenuto una forza capace di ridimensionare l’influenza iraniana e sciita in Medio Oriente. Solo così potrà eliminare il dubbio che abbia deciso di impiegare la forza solo per seguire gli umori della propria opinione pubblica, emozionata dallo spettacolo delle decapitazioni di ostaggi occidentali dell’Isis.
Rimane sempre il dubbio che l’Isis, con la sua sofisticata capacità mediatica, le abbia fatte proprio per farsi bombardare e impugnare lo scettro dell’antiamericanismo nel mondo arabo.
Fonte:

CRONACA DEL 1° GIORNO DI GUERRA (MONDIALE) AI MOSTRI DELL’ISIS: C’E’ UNA CERTEZZA, NON FINIRA’ PRESTO E NEPPURE BENE.

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La coalizione anti-jihadista guidata dagli Stati Uniti ha iniziato nelle prime ore di questa mattina a bombardare le posizioni dei qaedisti in territorio siriano. I raid sono coincisi con l’avanzata, negli ultimi giorni, dello Stato islamico verso lo strategico valico di Ain al Arab, Kobane in curdo, al confine con la Turchia. Uno sviluppo che potrebbe aver accelerato i piani degli alleati. Non a caso, proprio i territori curdi in Siria sono stati, assieme alla zona di Raqqa, le aree interessate dai raid di stamane.
I primi attacchi hanno colpito proprio Raqqa, considerata la roccaforte dello Stato islamico in Siria, nelle prime ore dell’alba. A prendervi parte, oltre agli Stati Uniti, sono stati cinque paesi arabi: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Qatar e Giordania. Una circostanza che, secondo il presidente Usa Barack Obama, dimostra come gli Stati Uniti “non siano soli” nella lotta contro il terrorismo. Gli attacchi hanno preso di mira anche le posizioni del gruppo Khorasan, affiliato ad al Qaeda, che secondo il capo della Casa Bianca sarebbe “in grado di minacciare direttamente gli interessi statunitensi e occidentali”. Contro le basi del gruppo nel nord della Siria sono stati utilizzati anche 47 missili da crociera Tomahawk, lanciati da dueportaerei statunitensi operative in acque internazionali.
Per il movimento dei Fratelli musulmani e per gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, di base a Londra, i raid sarebbero stati indirizzati anche contro i jihadisti del Fronte al Nusra, a lungo rivali dello Stato islamico nel quadro del conflitto siriano. Lo Stato islamico ha dovuto difendersi dai raid anche nella provincia di Aleppo, lungo il confine con l’Iraq (in particolare nella zona di al Boumakal) e nella provincia orientale di Deir ez Zour. Solo in quest’area sarebbero stati condotti almeno 30 attacchi.
Una base di al Nusra e’ stata colpita nella zona settentrionale della provincia di Idlib, dove i raid hanno causato la morte di decine di persone tra miliziani e civili. Fonti del gruppo jihadisti hanno fatto sapere ai media arabi che almeno 15 combattenti sarebbero morti nel villaggio di Kafr Darian, lungo il confine con la Turchia, lontano centinaia di chilometri dalle postazioni dello Stato islamico. Gli attivisti siriani stanno diffondendo su internet i primi video degli effetti dei raid. Molti feriti vengono portati in Turchia tramite il valico di Bab al Hawa. In un video viene mostrato un missile rimasto inesploso recante il marchio “Made in Usa”.
Resta il mistero sul possibile “avvertimento” dato dagli Stati Uniti al regime di Bashar al Assad a poche ore dall’inizio dei raid. In un comunicato diffuso quest’oggi dalla televisione di Stato siriana, Damasco ha reso noto che al ministro degli Esteri Walid al Muallem sarebbe stata recapitata una lettera del segretario di Stato Usa, John Kerry, in cui si preannunciavano i primi attacchi in territorio siriano. La lettera sarebbe stata trasmessa a Damasco dal ministero degli Esteri iracheno. Una circostanza che e’ stata pero’ smentita dagli Stati Uniti attraverso le parole della portavoce del dipartimento di Stato, Jen Psaki. “Non abbiamo chiesto alcun permesso da parte del regime. Non abbiamo coordinato le nostre azioni con il governo siriano. Non abbiamo fornito alcun avvertimento in anticipo a livello militare, ne’ dato alcuna indicazione su tempistiche e obiettivi specifici”, ha precisato la portavoce del dipartimento di Stato Usa.
Nel frattempo, secondo quanto riferisce l’emittente televisiva “al Arabiya”, le milizie dello Stato islamico avrebbero preso il controllo di centinaia di piccoli pozzi petroliferi nella provincia di Deir Ez Zour, nel nord-est della Siria. Si tratta di pozzi che, prima dell’inizio della guerra civile, producevano circa 130 mila barili di greggio al giorno, come afferma un ingegnere del settore residente oggi a Damasco. Tuttavia, sempre secondo “al Arabiya”, i jihadisti si sarebbero ritirati dalla zona di al Maiadin, sempre nella provincia di Deir ez Zour, pesantemente colpita dai raid di questa mattina.
L’avanzata dello Stato islamico nel nord della Siria sembra invece proseguire al confine con la Turchia. I combattimenti continuano a Kobani, punto di frontiera con la Turchia quasi del tutto circondato dai qaedisti e difeso dalle forze curde del Pyd, le Unita’ di protezione del popolo. Le milizie curde potrebbero tuttavia iniziare a contare, a partire dalle prossime settimane, sull’eventuale sostegno della Turchia. Quest’oggi il capo del governo di Ankara, Ahmet Davutoglu, ha fatto sapere che le forze armate turche potrebbero effettuare una serie di “operazioni transfrontaliere” contro i qaedisti. Tale sviluppo potrebbe consentire alla Turchia di contribuire a smorzare le tensioni prodottesi negli ultimi giorni con la minoranza curda.


Fonte www.ilnord.it

L’Italia Si Accanisce E Umilia Il Migliore Amico Di Putin: La Pagheremo Cara, La Rappresaglia È Già Iniziata

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23/09/2014 – Il nome è uno sciogli-lingua: Arkadij Romanovich Rotenberg. Ha 63 anni ed è uno dei più cari amici di Vladimir Putin. Rotenber però è finito nella “black list” compilata dagli Stati Uniti da sanzionare per le manovre di Mosca in Ucraina. Per la precisione, il sodale dello “zar” russo è al quinto posto nella lista. E’ un imprenditore e si è aggiudicato numerosi appalti per le Olimpiadi di Sochi dello scorso febbraio. E contro Rotenberg, in Italia, come rivela il Corriere della Sera, è scattato il “congelamento dei beni”, una misura prevista dall’Unione europea contro i “fedelissimi” del presidente russo dopo il conflitto scatenato a Kiev. In Italia è la prima volta che viene adottata una simile misura.
I beni sigillati – Nel dettaglio sono stati sequestrate ville e appartamenti in Sardegna e in Lazio; poi il congelamento di quote societarie, conti correnti bancari, un lussuoso albergo a Roma, a due passi da via Veneto. Il blitz è stato orchestrato dalla Guardia di Finanza, così come stabilito dalla procedura prevista in caso di “misure previste per prevenire, contrastare e reprimere il finanziamento del terrorismo e l’attività dei Paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale”. Ma l’elenco degli immobili “sigillati” si allunga: c’è un appartamento a Cagliari, una villa a Villasimius, una a Tarquinia e due ad Arzachena. In totale fanno 30 milioni di euro di beni che il magnate russo ha acquistato attraverso le aziende che possiede all’estero.
Chi è mister Rotenberg – Un colpo durissimo, dunque, contro mister Rotenberg. Ma chi è, mister Rotenberg? In breve lo si potrebbe definire come il “migliore amico” di Putin. Cresciuto in quella che ai tempi dell’Unione Sovietica si chiamava Leningrado (oggi San Pietroburgo), con il fratello Boris ha conosciuto e frequentato il presidente russo, con il quale condivide la passione per il judo. Rotenberg è un magnate del settore dei gasdotti, e il suo patrimonio netto viene stimato da Forbes in 3,4 miliardi di dollari. Tra le altre, è proprietario di una magione-castello alle porte di Mosca. Ma quello che più interessa è il gas. Già, perché Putin, alla fine di agosto, era stato piuttosto esplicito: “Se Usa e Ue insisteranno con le sanzioni in relazione alla crisi ucraina, la Russia dovrà rivedere la presenza delle aziende americane ed europee nei settori strategici della sua economia, e in particolare dell’energia”.
Il coltello dello zar – Già, l’energia: il coltello che Putin tiene ben saldo in mano, e che un’Unione europea miope continua a non vedere. Tanto che il 6 settembre Barroso ha annunciato la scelta di “estendere la lista dei cittadini russi che andranno incontro al congelamento dei beni in Europa e al divieto di viaggio, tra cui la nuova leadership a Donbass, il governo di Crimea, oligarchi e altre figure di rilievo”. E tra queste figure c’è Rotenberg. E dunque l’Italia ha agito contro il sodale di Putin. E ora l’Italia, come gran parte d’Europa, rischia grosso. Rischia la ritorsione di Putin. Rischia il freddo. Già, perché l’Italia importa il 30% del gas che utilizza proprio dalla Russia, e se per caso lo “zar” Vladimir decidesse di rispondere alle sanzioni imposte alla Russia e ai suoi oligarchi, è semplice immaginare come potrebbe farlo.
Messaggio trasversale – Per inciso, già da settimane arrivano dei “segnali” dalla Russia: improvvisi cali delle forniture di gas, ingiustificati. Messaggi neppure troppo trasversali. L’ultimo risale a pochissime ore fa, è stato denunciato nella mattinata di martedì 23 settembre. L’Austria ha infatti appena rivelato un improvviso calo delle forniture di gas. E l’Austria è uno snodo strategico, un Paese imprescindibile per il transito del combustibile che l’Italia che acquista da Gazprom. Sarà un caso, ma nei giorni del blitz contro mister Rotenberg il regolatore austriaco dei mercati energetici, E-Control, ha constatato un calo delle consegne pari al 25% venerdì e al 20% sabato. Un calo, ha spiegato il direttore esecutivo di E-Control, “tutt’altro che normale”. E tutto quel gas che non è arrivato in Austria era desinato all’Italia.
FONTE:http://misteri.newsbella.it/

RUSSIA, NORVEGIA ,QATAR, TAGLIANO IL GAS ALL’EUROPA.

il ministro dell'Energia qatariota Mohamed bin Saleh al-Sada in un'intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. ''Il Qatar non vuole sostituirsi ad altri produttori ed esportatori; noi produttori siamo complementari. Sappiamo bene che l'energia non è soltanto un bene di scambio, ma anche e soprattutto uno strumento strategico. Il Qatar produce un quarto del gas del mondo.
Questa domenica si sono registrati flussi di gas inferiori al 50%, Slovacchia, Polonia, Germania e Austria stanno registrando cali di fornitura intorno al 25% da una settimana. La Russia ( come era prevedibile )ha iniziato a chiudere i rubinetti e Il Qatar non intende prendere il posto della Russia nelle forniture di gas all’Europa.il ministro dell’Energia qatariota Mohamed bin Saleh al-Sada in un’intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. ”Il Qatar non vuole sostituirsi ad altri produttori ed esportatori; noi produttori siamo complementari. Sappiamo bene che l’energia non è soltanto un bene di scambio, ma anche e soprattutto uno strumento strategico. Il Qatar produce un quarto del gas del mondo. La Norvegia ( secondo fornitore europeo ) non soddisfatta dei prezzi del gas ha deciso anch’essa di tagliare le forniture all’Europa. Oslo sta riducendo la produzione, con un’azione deliberata volta a sostenere i prezzi del gas. Una strategia stile Opec insomma, che Statoil ha candidamente ammesso durante una conference call con gli analisti finanziari.«Abbiamo deciso di ridurre la nostra produzione», aveva dichiarato in luglio Torgrim Reitan, direttore finanziario di Statoil, secondo la trascrizione di una conference call con gli analisti. «Questo è successo nel secondo trimestre e ci aspettiamo di continuare per tutto il terzo trimestre». Il motivo? «L’attuale situazione di mercato in Europa», ha spiegato il manager, con prezzi del gas troppo bassi per risultare attraenti.
Per ora il problema gas non esiste in quanto i serbatoi di stoccaggio sono pieni al 90% e il consumo del gas è in calo ( causa crisi ) ma questo inverno quando si alzeranno i consumi i serbatoi si svuoteranno rapidamente.
R.G.
Fonte:http://dannicollaterali.altervista.org/

Isis: decapitato l’ostaggio francese in Algeria

L'uomo dovrebbe essere il turista francese Hervé Pierre Gourdel, rapito in Algeria nelle scorse settimane, la cui morte era stata minacciata nelle scorse ore. Il video con l'annuncio, già eliminato dal web, era intitolato "Messaggio di sangue per il governo francese"

Isis: decapitato l'ostaggio francese in Algeria

La decapitazione dell’ostaggio francese porta a compimento la minaccia giunta nei giorni scorsi  da un gruppo qaedista che ha proclamato il proprio appoggio e la propria lealtà all’ISIS. L’uomo è l’alpinista francese Hervé Gourdel, rapito in Algeria dagli uomini di Jund al-Khilafa.

L’UOMO DECAPITATO - Hervé Pierre Gourdel è il nome dell’uomo.  A portare a termine la sua esecuzione, un gruppo legato all’Isis e ad al Quaeda, più precisamente quello conosciuto come Jund al-Khilafa e affiliato ad al Qaeda nel Maghreb, che ha pubblicato online un video crudissimo (già rimosso) intitolato “Messaggio di sangue per il governo francese” in cui ha mostrato la  decapitazione dell’uomo, che era stato rapito domenica sera a Tizi Ouzou, a 110 km a est di Algeri. L’uomo, un noto alpinista di 55 anni, è stato rapito durante una passeggiata. In precedenza il gruppo aveva pubblicato un video (sotto) nel quale chiedeva lo stop agli attacchi francesi contro l’ISIS in Iraq, ricatto respinto dal governo francese.

IL VIDEO DELLA DECAPITAZIONE – Il video postato dai jihadisti legati allo Stato Islamico inizia con immagini della conferenza stampa del presidente François Hollande, durante la quale l’inquilino dell’Eliseo ha annunciato la partecipazione della Francia ai bombardamenti contro l’Isis in Iraq. Di seguito viene mostrato l’ostaggio in ginocchio e con le mani dietro la schiena, circondato da quattro uomini armati e la faccia coperta.
Uno di loro legge un messaggio in cui denuncia l’intervento dei “crociati criminali francesi” contro i musulmani in Algeria, Mali e soprattutto in Iraq.
Nel video messo l’ostaggio si rivolge direttamente al presidente Francois Hollande accusandolo di avere seguito la linea di Barack Obama. Gourdel si rivolge poi ai familiari, citandoli ciascuno per nome, ma a quel punto l’audio è interrotto.
“È la vendetta” per “l’aggressione crociata francese al Califfato”: così i jihadisti algerini di Jund al Khilafa motivano la decapitazione dell’ ostaggio francese Hervè Gourdel. Con queste parole si conclude in il video di circa 4 minuti pubblicato su forum jihadisti e nel quale si mostra l’uccisione del 55enne cittadino francese.
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(la lettura dei militanti prima dell’esecuzione)
ISIS: FRANCIA VERIFICA IN CORSO DEL VIDEO – Il primo ministro francese, Manuel Valls, ha fatto sapere di “non poter confermare” la morte dell’ostaggio francese in Algeria, mentre il Quai d’Orsay sta procedendo con le necessarie verifiche sul video dei terroristi. Secondo “Le Monde”, il presidente Francois Hollande potrebbe prendere la parola fra poco dall’Onu a New York, dove si trova per il vertice sul clima.
ISIS: GOURDEL VITTIMA DI SEQUESTRO LAMPO – Gourdel, che viveva a Saint-Martin-Vesubie vicino a Nizza nel sud della Francia, era arrivato in Algeria sabato ed era stato rapito domenica. Si trovava in compagnia di amici algerini che sono stati solo rapinati mentre lui, quando i predoni si sono accorti che era francese, è stato portato via. Era sulle montagne di Tizi Ouzou nel Djurdjura National Park. Zona diventata un santuario islamista dal 1990. Appassionato di fotografia e di montana Gourdel adorava inerpicarsi per sentirsi non tracciati ma gli amici hanno sempre sottolineato che è sempre stato molto cauto. E’ stato il sindaco del suo paesino, Henri Giuge, a suggerirgli a giugno di andare sulle montagne della Cabilia in Algeria Il gruppo che lo ha rapito, “Jund al-Khilifa”, si è recentemente separato da ‘Al Qaeda nel Maghreb Islamico’ (l’ex Gruppo algerino Salafita per la Predicazione ed il Combattimento unitosi poi ad al Qaeda) per aderire al credo intransigente di Isis. Qui sotto le bandiere a lutto al comune di Saint-Martin-Vesubie.

ISIS, AFP: “NON DIFFONDIAMO VIDEO” – L’AFP ha precisato, tramite il caporedattore in Francia, che non diffonderà pubblicamente il video e non lo trasmetterà ai media francesi.

VITTIMA TROVATA SU FB – L’ostaggio francese Hervè Gourdel, rapito domenica in Algeria da estremisti islamici e decapitato oggi, secondo un video la cui autenticità è in corso di verifica, “è stato individuato” dai sequestratori “tramite la sua pagina Facebook”, in cui indicava i suoi spostamenti. Lo ha dichiarato a France Info lo specialista del mondo arabo Naoufel Brahimi.
OBAMA: “UNITI CONTRO ISIS” – “Il mondo si unisca contro l’Isis”. Barack Obama utilizza il podio dell’Onu per chiedere alla comunita’ internazionale di affrontare la sfida lanciata dal “network della morte” e si rivolge al mondo musulmano: “Gli Stati Uniti non sono e non saranno in guerra contro l’Islam”, una religione che “insegna la pace”.
Fonte:http://www.giornalettismo.com/

martedì 23 settembre 2014

Il Nuovo Ordine dell'Europa e mondiale.L'obiettivo? La distruzione di ogni differenza


Di Ida Magli


All'inizio degli anni Novanta le scienze umane sono state fatte sparire dall'orizzonte dell'informazione di massa, semplicemente con il silenzio, non parlandone più. Dato l'enorme entusiasmo che avevano suscitato nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Novanta, il fatto che nessuno abbia fatto rilevare questa sparizione sarebbe «strano» se non rappresentasse la conferma che la sparizione è stata voluta.
Le cattedre ovviamente sussistono, ma le loro scienze non fanno più notizia. Contemporaneamente sono state eliminate dalle scuole, per ordine dell'Ue, antiche, nobilissime e essenziali discipline come la geografia, la letteratura latina e greca con le lingue corrispondenti, riducendole tutte a fantasmi, innocui brandelli di un sapere inesistente.


 Perfino la storia, privata di tutti i contributi metodologici di cui l'epoca moderna l'aveva arricchita, sembra diventata un residuo d'altri tempi, impotente a dare agli uomini quella consapevolezza di se stessi che ne è il frutto principale, conquista fondamentale della civiltà europea. Anche questo è stato deciso e messo in atto nel più completo silenzio.
Sembra di vivere in una società di analfabeti, dove nessuno è in grado di valutare e di esprimere un giudizio su simili provvedimenti.


 Eppure anche soltanto il corpo insegnanti italiano (ma il decreto riguarda tutte le scuole dell'Ue) è costituito da circa un milione di persone. Come mai non hanno protestato, non hanno espresso il loro parere su una decisione così grave? Di fatto i governanti, provvedendo a educare tutti con le scuole di Stato, hanno dettato anche il tipo di insegnamento cui i sudditi debbono essere sottoposti, tipo d'insegnamento che possiamo riassumere nel dato che segue: gli studenti debbono studiare in modo da non imparare nulla, o quasi. 


Per prima cosa non debbono imparare a «pensare», a che cosa serva «pensare», a che cosa serva «conoscere»; di conseguenza, debbono imparare tutto senza imparare nulla su di sé, sulla propria vita, sul proprio ambiente, sul proprio gruppo, sulla propria storia, sulle istituzioni e sul potere che le regge. Sembra evidente che tutto questo sia stato programmato in vista dell'ideologia di chi comanda in Europa, o almeno di quello che si suppone sia questa ideologia: l'omogeneizzazione mondiale, la formazione di persone tutte uguali: i «cittadini del mondo».


È obbligatorio, pertanto, insegnare ai ragazzi quale sia la verità sul sesso stabilita dal Potere. Non quella che il bambino vede, sente, tocca su di sé da quando è nato, quella della Natura che ha fornito il pene e l'utero, Dna diversi fra maschi e femmine, così come ha fornito gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, ma quella del gender (termine che non viene mai tradotto vista la sua ambiguità). 


Che poi è ovviamente quella che l'Italia ha approvato: si è maschi o femmine, o anche trans, se l'individuo crede o pensa o desidera, o «sente» di esserlo. Il Consiglio d'Europa ha fornito la traccia obbligatoria per tutti. Al Policlinico di Bari si effettuano cambiamenti di sesso con 170mila euro a intervento forniti dalla Regione Puglia, stanziamento che naturalmente serve a incrementarli. Perché si vogliono rendere più frequenti i cambiamenti di sesso caricandone la spesa sulle spalle della società? La spiegazione va cercata nel loro desiderio di integrazione. Le tecniche chirurgiche odierne facilitano questo scopo, anche se si tratta di operazioni di per sé molto complesse, e che lasciano sempre, o quasi sempre, conseguenze negative fisiche e psicologiche.
Una cosa, però, la si può dedurre con sicurezza da questi comportamenti: nella direzione di senso impressa all'Europa dal Laboratorio per la Distruzione l'uguaglianza finale non sarà soltanto quella delle idee, della lingua, della religione, della Patria, ma anche fisica.



 L'uguaglianza che si persegue, però, è il più possibile «indistinta». Quello che abbiamo davanti oggi, dunque, in Occidente, è il mondo della non-forma che pretende di diventare modello prevalente sulla forma. È ciò cui tende il Laboratorio per la Distruzione: nulla è più debole della non-forma. Come è ovvio, sul grigio cui si sta riducendo l'Europa, debolissimo di per sé, vincerà il «nero».


Si tratta, dunque, di preparare i giovani a non appartenere a nulla, a non identificarsi in nulla, a non sapere orientarsi sessualmente ma anche geograficamente, come è stato affermato con semplicità eliminando la geografia dagli insegnamenti scolastici: a che servirebbe visto che il pianeta appartiene a tutti?